Palazzo Rosso: l’empatia del restauro

Nel cuore pulsante di Genova, Palazzo Rosso custodisce frammenti di storia che parlano attraverso affreschi, stucchi, colori. Dietro ogni centimetro riportato alla luce, c’è un gesto misurato, rispettoso, invisibile. È qui che entra in scena Cesag: per ascoltare, per capire e per restituire, senza imporre la propria mano.

Abbiamo visitato Palazzo Rosso insieme a Luca ed Elisabetta, i restauratori che hanno lavorato ai dipinti del palazzo. Ci hanno accompagnati nel meraviglioso mondo del restauro, fatto di tecnica, passione ma anche di rispetto e scelte importanti.

Restaurare non è solo un atto tecnico: è un atto di empatia.
Significa entrare in silenzio nell’universo creativo dell’artista, cercare di percepirne l’intenzione, intuirne l’armonia. Come se la mano che lavora oggi potesse dialogare, a distanza di secoli, con quella che ha dipinto allora.

Bisogna sparire dietro l’autore” – racconta una delle restauratrici coinvolte. “Il restauro non si vede, ma si riconosce…

Una sfida tecnica:

l’intervento ha riguardato apparati decorativi preziosi ma ormai compromessi. Alcuni stucchi, durante i precedenti restauri, erano stati trattati con prodotti protettivi inadeguati, come resine sintetiche, che nel tempo hanno alterato la traspirabilità delle superfici.

Abbiamo dovuto lavorare per riportare la materia al suo stato originario, rimuovendo strati senza danneggiare il supporto sottostante.

Là dove mancava la certezza, abbiamo scelto di non intervenire. Restaurare è anche sapere dove fermarsi.

Per la reintegrazione pittorica si è seguito il principio della reversibilità: ogni intervento è stato eseguito con materiali compatibili, come pigmenti ad acquarello o vernici naturali, distinguibili da vicino ma armonici da lontano. È stato fondamentale rispettare l’equilibrio cromatico e la grammatica dell’opera.

La Sala della Primavera
Un esempio emblematico è il restauro della Sala della Primavera, il pezzo più importante che abbiano affrontato. Sia dal punto di vista della storia del dipinto, di quello che rappresenta, i miti che racconta, che quello della sua storia nel tempo: il bombardamento che gli ha cambiato la vita e Il grande restauro degli anni ’50.

Appena entrati lì dentro siamo rimasti ammirati dato il livello artistico altissimo, sia come ideazione di queste figure che dalla pittura diventano tridimensionali, diventano stucco, quindi un’ideazione geniale, complessa, ma anche dalle finiture, dalla tecnica, dalla raffinatezza. Siamo rimasti allo stesso tempo un po’ intimoriti perché stavamo per metter mano ad un dipinto unico, affrontando non solo i problemi della tecnica ma anche i problemi dati dall’intervento di altri restauratori degli anni passati, che è stato poi il principale problema.

Questo capita spesso: a seguito del bombardamento la pellicola pittorica aveva grossi problemi di tenuta, dovuti anche a fattori esterni ed agenti atmosferici. I restauratori che sono intervenuti dopo il bombardamento hanno usato delle resine viniliche che nel tempo hanno creato dei problemi. Un modo di fare restauro tipico di quegli anni che poi, con l’avanzare delle tecnologie e dei materiali, si è rivelato non essere adatto.

Anche noi abbiamo tanti dubbi quando usiamo i materiali, anche se noi scegliamo di intervenire puntualmente, mentre in quegli anni usava dare una sorta di protettivo su tutto. In realtà questo portava un degrado su l’intero dipinto: era una modalità tipica dell’epoca. Invece oggi noi abbiamo ben chiaro in mente come metodologia quella del minimo intervento per lasciare poi aperto ad altri.

Il restauro – racconta Elisabetta – per quanto ben fatto è sempre un trauma per l’opera. 

“Deve partire da un rispetto, che non sempre c’è. Da uno stupore e un rispetto per quello che hai davanti: serve tanta umiltà per capire che cos’è e non cosa puoi mettere tu all’interno dell’opera. Comunque ripari delle parti ma nessun intervento può essere definitivo per la conservazione dell’opera, per questo motivo la manutenzione dovrebbe essere il futuro delle opere.”

Quindi sì, alla fine possiamo dire che il restauro della Sala della Primavere è stato la sfida tecnica che ha messo il team alla prova. 

“A proposito degli interventi che non arrivato all’ideale, il caso dell’oro è simbolico: essendo una pellicola metallica sugli stucchi, ovviamente non non è stato possibile intervenire nell’interfaccia dietro. Dato che l’oro che era stato usato aveva una complessità di sostanze stese al di sopra di esso in vari interventi di restauro, abbiamo dovuto mettere a punto 3-4 tipi di pulitura a secco a seconda del tipo di sostanza.

Per tante cose arrivi ad un compromesso: dando all’opera maggior vita, è una cura.”

Quale tipologia di colori avete utilizzato?

“Usiamo gli acquarelli. Il principio è quello della reversibilità: in teoria un restauratore dovrebbe intervenire con qualcosa che poi si può togliere, proprio perché con l’avanzamento della tecnologia e il cambiamento delle idee di restauro tra 100 anni quello che ho fatto io non andrà più bene. Tra tutti i tipi di colore che si possono mettere sul muro, diciamo quello meno invasivo è la tecnica dell’acquarello.” Mi spiega Luca.

Reversibilità ma anche riconoscibilità, quindi i colori non vengono realizzati con la stessa tecnica pittorica, ma con delle tecniche come quella del rigato: otticamente ricrea il colore ma rende allo stesso tempo riconoscibile dove il restauratore è intervenuto.

“Perché il buco bianco non disturbi e il dipinto ritorni insieme, ma avvicinandoti riesci a distinguere l’originale dall’intervento di restauro.”

E quando c’è un buco bianco come si fa a riprendere, a sapere quali colore e forme utilizzare?

In genere si parte dal principio che tu non puoi creare una cosa che non sai com’era. Quindi se c’è una lacuna sul viso ad esempio, non si ricrea. Se invece hai una cornice modulare e ne manca un pezzo, hai la certezza di com’era e quindi si può ricreare perché è una continuità, perché sei certo di com’era.

Si basa molto sulla sensibilità del restauratore. Infatti non c’è un solo modo di restaurare: ogni gruppo di restauratori che si identifica con una modo restaura secondo la sua sensibilità, facendo delle scelte secondo l’abilità, secondo la sensibilità e secondo il contesto in cui si trova l’operami racconta Elisabetta.

Un cantiere che insegna umiltà

È un lavoro che ti ridimensiona. Ti insegna a metterti da parte. Ogni volta che interveniamo sappiamo che non stiamo creando, ma custodendo qualcosa che ci è stato affidato.

Il lavoro a Palazzo Rosso ha ricordato a tutti – restauratori, architetti, committenti – che la manutenzione è cura, la bellezza è fragile e che il tempo non si può combattere.

Ma con il restauro si può allungare il tempo concesso al dipinto.